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Appunti sull’ebbrezza e il vino della Prof.ssa Anna Marras

Appunti sull’ebbrezza e il vino della Prof.ssa Anna Marras

l lite motive del vino che caratterizza l’ antologia mi vede coinvolta.

Ogni testo esprime la personalità, la sensibilità degli autori, traslate attraverso l’espressione di  nostalgia di un  ricordo,  di un sogno, di una  realtà concreta e vissuta. Il lessico dominante  è fatto di Vendemmie, Autunni, Grappoli d’oro, uva,  terra,  lavoro, colori dell’oro, il rosso …  Prevale, nella raccolta, una tendenza per lo più estetizzante, per cui la natura (autunno, vendemmia…) viene trasmessa  attraverso un insieme di sensazioni visive e cromatiche. Spesso si può percepire con i sensi  la materialità delle belle immagini che percorrono i testi poetici  dell’antologia.

Nella esaustiva prefazione di Anna Manna, si coglie, ovviamente, il richiamo a quel vino […generoso, …vino che ci ricorda il lavoro, la fatica, la vendemmia], vino che […è  anche tentazione, spinta alla passionalità…capace di accendere i sentimenti …di una luce più vivida]. Vino che caratterizza la raccolta.  Aanna Manna fa ricorso anche  alla poetica del fanciullino di pascoliana memoria quando interpreta quelle scene simposiache attraverso la partecipazione di un cuore rimasto bambino, un cuore  ingenuo, fresco, innocente che si rifugia in quelle armonie ricreate dalla vendemmia, dalla festa della raccolta…

Nella sua poesia “Quel po’ di vino rimasto nel bicchiere” ho notato un conflitto, quasi voluto, (per dare maggior significato/risalto al testo), tra linguaggio legato alla quotidianità, talora indulgente al parlato, e il ricorso a un lessico più poeticamente connotato vedasi la figura retorica dell’elencazione (anafora). Mi sono però voluta soffermare sull’altra poesia di Anna Manna  “La stagione del vino” perché vi  ho ritrovato alcuni percorsi della vita di Anna, ho avuto l’impressione  che in lei anche le occasioni drammatiche della vita, subiscano un processo di sublimazione attraverso una metafora poetica che racconta il dolore del mondo speculare alla sua individuale sofferenza. La poesia è per lei una forma di liberazione che travalica la sua stessa esistenza, che le rende la vita migliore. In “La stagione del vino” avverto un richiamo all’estetica della ricezione in cui, com’è noto, fortemente si pone il riferimento al lettore,  all’ascolto del pubblico a cui il testo dovrebbe riferirsi.  Infatti, nell’opposizione imperfetto/ presente, si stabilisce un rapporto speculare tra testo e pubblico/lettore, in quanto le risonanze del cuore nel passato dell’autrice, trovano il loro corrispettivo nel presente del cuore del lettore. Il livello lessicale del testo, colpisce fin dalla prima lettura sia sul piano verbale che sostantivale, nella scelta tra l’utilizzo materialistico prevalente della selezione (accecava, fendevano, avvinghiava, strizzavano) e la delicatezza della sinestesia “Carezzavano il cuore”. Tale figura retorica nullifica la conclusione, di nuovo materialistica, del participio “divorato”, in conflitto con la parola “assenza”, in cui si afferma, con il ritorno improvviso al presente, quella poetica della presenza nell’assenza, metafora di tanta poesia occidentale.

Troppo sarebbe il tempo necessario per offrire un’esaustiva analisi semiotico-strutturale dell’intero componimento, spero comunque di aver offerto alcuni spunti di riflessione sulla poetica di Anna Manna.

“Perle di Luce”, Anita Napolitano 

Ritrovo nella sua  poesia il ricordo di un andamento narrativo da paesaggio leopardiano, rivissuto in chiave di personale e sentita memoria. In Anita, significativa risulta, in riferimento al nettare, l’aggettivazione culminante nell’immagine finale dei grappoli d’oro, veicolata dalla sinestesia “perle di luce” che rimanda tra l’altro, al titolo della poesia stessa. Di stampo leopardiano è anche la circolarità del componimento che inizia nel titolo “Perle di Luce” e termina con il richiamo alla stessa sinestesia. Nell’animo del lettore, subentra un’immagine di delicatezza e luminosità.

“Ah! L ‘ebbrezza del vino!”, Iole Chessa Olivares 

Nella bella poesia di  Iole irrompe la pienezza dell’autunno, colta fin dai primi versi, attraverso un lessico puntuale, che rimanda al carattere quasi simposiaco/conviviale, della vendemmia. Poi però, nel prosieguo del testo poetico, ogni riferimento sfuma in una dimensione quasi onirica, in cui una serie di immagini sembra voler essere trattenuta, per contrastare l’inevitabile svanire di un sogno. Infatti, nella parola addio, allora, si riassume il significato dell’intero componimento. Nella quarta strofa colpisce la personificazione del SOLE che nonostante “la verità del tramonto” e “la sofferta lontananza” sembra invitare il lettore a “non cedere all’addio”

 “Tra gli effluvi del tramonto”, Elisabetta Bagli  

In Elisabetta, l’ora del tramonto che dà voce alla poesia, non è certo casuale, ma è come ricercata dal cuore in subbuglio, per l’amore di due esseri, forse pervasi dal dolce ricordo di un amore, che si  mescolano agli elementi di una natura pagana  e mediterranea, dove il miracolo del piacere d’amore si compie grazie all’ebbrezza del vino. I sussulti del cuore, pur sul finire del giorno, non cessano e l’ebrezza  che dà il nettare miracoloso, non fa che prolungare la dolce illusione di una passione o di un amore vissuti.

“Mosaico antico”, Sabrina Balbinetti 

Sabrina sembra raccontarci, con la consueta classica sensibilità, uno di quei pavimenti a mosaico di una qualche villa suburbana di un tempo remoto, non sappiamo quale (ellenistico/romano), che rappresentavano scene quotidiane di una vita feconda e serena, scandita dai gesti del momento della vendemmia.

Pippo Nasca. Molto belle e ancor più prossime a una realtà antica, come i dialetti sono più prossimi alla lingua di origine, le poesie in vernacolo. Il mistilinguismo in cui Nasca si trova ad operare, la scelta di usare il dialetto come lingua di scrittura, è una scelta di cultura e di stile, infatti  con una operazione dotta il poeta ripesca forme di conservazione, echi di un vissuto originale, traccia una tessitura nella quale cerca  di creare una memoria genetica. La poesia dialettale tocca più corde liriche, maggiori rispetto alla fissità del lessico letterario tradizionale. Sperimentare, comunque, nella lingua o nel dialetto non significa disgregare l’ordine linguistico e la sintassi della lingua. Piene di nostalgia le immagini rievocate dai versi di Nasca

Matteo Manca  

La poesia di Matteo mi ha colpito, perché nella sua brevità, l’incipit dell’avverbio “domani”, rimanda inevitabilmente alla memoria di una realtà fatta più di delusioni che di gioie. Bastano pochi versi, infatti, a sottolineare la speranza di una rinascita tramite un universo di colori e profumi che veicolano la presenza vitale e inebriante del vino. I grappoli assimilati all’oro si trasformano in qualcosa che viene considerato ancora più prezioso dello stesso oro! il vino!

Anna Marras

Prof.ssa di Lingua e Traduzione-Lingua Spagnola

Università La Sapienza di Roma

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