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Intervista ad Anna Maria Funari

Intervista ad Anna Maria Funari
a cura di Elisabetta Bagli
Anna Maria Funari è una scrittrice poliedrica che ha investito molto sulla ricerca e sull’esperienza personale per poter scrivere le sue storie, affascinanti e uniche, del tutto originali, raccontate dalla sua penna fine e moderna, capaci di penetrare nell’animo di chi le legge. Sono storie che aiutano a riflettere, che aiutano a osservare il mondo attraverso altri occhi, ponendo l’accento su quel che a volte non si riesce a vedere, né con gli occhi né con la mente.
Il suo primo libro, “L’isola dei graziati”, è stato pubblicato nel 2010, sebbene la segnalazione al concorso “Jacques Prévert” sia stata ottenuta nel 2003.
Ha approfondito la sua conoscenza sui Nativi d’America, che ha voluto farci conoscere attraverso “Fuoco Che Danza – Pi’ta Naku Owaci”, il primo libro della trilogia dedicata a questo popolo magico che ha sofferto molto nel tempo. Le sue storie conservano un alone intimista e realistico e tendono a farci fare qualcosa che forse non facciamo più da molto tempo, ovvero ascoltare il cuore, il motore dell’Universo. Proprio con questo titolo “Ascoltando il cuore”, Anna Maria Funari ha voluto fare il suo esordio nella casa editrice David and Matthaus Edizioni letterarie. Conosciamo lei e i suoi libri.
Com’è sorta la tua necessità di scrivere? Dico necessità perché so che, per noi scrittori, spesso, è un vero e proprio bisogno, quello di far ascoltare la nostra voce.
Più che una “necessità” considero la scrittura un dono. Un dono che, nel corso del tempo, si è trasformato in desiderio di trasmettere emozioni. 
Che la penna mi fosse amica nelle materie letterarie l’ho scoperto abbastanza presto, fin dalle scuole elementari, quando si facevano i famosi “pensierini” o i temini di due paginette. La fantasia è stata sempre molto fervida e mi ha accompagnato per tutto il ciclo di studi, compresi quelli di ragioneria (con cui in realtà ho davvero poco da condividere) dove il professore di storia e italiano aveva colto alla perfezione questa mia facilità a creare ed elaborare testi. Non so dire poi se ora si tratti di necessità inteso come bisogno vitale; certo è che in borsa non manca mai un’agenda e una penna con cui prendere appunti e fermare magari sensazioni suscitate da un panorama, da una nuvola o da qualsiasi cosa mi passi per la testa. Sicuramente, è un impulso che porta a fissare emozioni che poi tento di trasmettere ad altri e probabilmente tutto questo origina dal fatto che, ora come ora, sembra essere molto difficile trovare qualcosa per cui emozionarsi e sorridere.
Ci puoi descrivere brevemente di cosa tratta il tuo primo libro?
Il primo libro, “L’isola dei graziati”, in realtà era l’ultimo nato cronologicamente parlando. E’ uno spy-story in cui l’avventura si mescola, in modo equilibrato, con sentimenti importanti come l’amicizia e l’amore. Il protagonista è un giornalista, Brian McGray, che è decisamente sopra le righe; professionalmente corretto e coerente, con un carattere un po’ fumino, curioso come una scimmia e testardo come un mulo, ma capace anche di grandi slanci che, in vari contesti, lo mettono in situazioni poco piacevoli. Tutta la trama gira attorno ad una strana isola su cui forzatamente approda… e a un oggetto che qualcuno gli regala. Non diciamo altro… perché potrebbe esserci una sorpresa.
Sei amante dei viaggi e, proprio durante un viaggio, sei venuta a contatto con la realtà dei Nativi d’America, che hai iniziato a descrivere sotto forma di romanzo con “Fuoco Che Danza – Pi’ta Naku Owaci”. Cosa ti spinge a parlare di questi popoli? Che affinità senti tra la tua realtà di donna un po’ nomade con la loro?
Il mio amore per i Nativi d’America affonda le radici abbastanza lontano nel tempo, quando inconsapevolmente mi chiedevo come mai, nei film western, fossero sempre loro i “cattivi”. L’interrogativo è rimasto sopito per svariati anni, fin quando un’amica mi prestò la biografia di Toro Seduto. Da là, è stato un crescendo; comprai parecchi testi, tra cui “Seppellite il mio cuore a Wounded Knee” e “Alce Nero parla”, scoprendo così i fondamenti della loro cultura e spiritualità e, soprattutto, che la storia ufficiale, come al solito, non racconta mai la verità. E con questo piccolo bagaglio di conoscenze ho incontrato loro, accorgendomi che nessun libro rende giustizia al patrimonio intellettuale che rappresentano. Da loro ho imparato a restituire il giusto ordine alle cose che dominano la nostra vita: la famiglia, le radici, l’amicizia e i sentimenti. Ho imparato che non c’è nessun tipo di vita interiore se non si vive in equilibrio con ciò che abbiamo attorno e che la Terra non deve essere violata in alcun modo, perché ciò che le strappiamo lei lo riprende, con gli interessi e con impeto incontrollabile. Ho imparato, soprattutto, che non ci può essere rispetto per gli altri se prima non abbiamo rispetto per noi stessi e camminiamo guardando dritto davanti a noi, a testa alta.

Il tuo è uno spirito libero, indagatore. Cosa cerchi nei tuoi viaggi alla riscoperta delle bellezze italiane? Cosa cerchi nel viaggio della tua vita?

Bella domanda… cerco sempre e comunque quel qualcosa capace di far vibrare forte le corde del cuore; come dicevo prima, di darmi emozioni. Ed il mio viaggiare in Italia è rivolto soprattutto a questo: dobbiamo essere consci di quale scrigno prezioso sia il nostro Paese. Abbiamo luoghi di così rara bellezza che non lo immaginiamo neppure; spesso non lo sappiamo, altrettanto spesso ci facciamo ingolosire da mète esotiche. E’ un po’ il solito discorso dell’erba del vicino… Non nego di aver viaggiato molto anche in Europa, ma è in Italia, nelle Marche, che le mie radici affondano. Sono queste radici che ho cercato e ancora cerco di ritrovare nel viaggio della vita; il senso di appartenenza a un luogo, il sapore di un ricordo… e ovviamente non da sola!
Se fossi una Nativa d’America come ti chiameresti? E perché?
Credo che mi chiamerei “Cuore di Lupo”. Il motivo è abbastanza semplice; nella cultura nativa il lupo è un animale legato profondamente alla figura femminile. Rappresenta la sicurezza, il coraggio, la monogamia e, al contempo, la saggezza, la conoscenza. E’ dominato dalla luna e, come sappiamo, quest’ultima è intimamente connessa al nostro universo. Senza escludere poi che adoro assolutamente il lupo come animale.
“Ascoltando il cuore” è il titolo della tua ultima fatica. Pensi davvero che solo ascoltando il suo cuore l’uomo possa salvarsi da questo mondo, ormai divenuto preda della frenesia dei pixels e delle connessioni internautiche?
Non so se ci si possa o, peggio, se ci si voglia salvare; quel che è vero assolutamente è il fatto che siamo sempre più invischiati nella tecnologia e quindi usiamo più la razionalità che non il sentimento. 
Personalmente, ritengo che il cuore debba avere sempre il suo spazio; non è solo un muscolo che pompa sangue ma, come dice Vincenzo Santopietro nella postfazione, veicola emozioni e sentimenti. E’ il punto di snodo dove si rifugiano tutte le ragioni che la ragione non comprende. E’ il faro illuminante quando il buio ci circonda. 
Credo che se l’uomo ascoltasse un po’ di più il cuore non assisteremmo alle infinite brutture che condiscono quotidianamente i notiziari e, nel nostro piccolo, saremmo anche più disponibili ad aiutare il prossimo.
Il tempo della riflessione è importante sempre, ma soprattutto mentre si scrive. Tu lo fai mordicchiando la matita con la quale poi riempi pagine e pagine di pensieri, di idee che poco a poco prendono forma. Qual è il momento della giornata che preferisci per scrivere?
Non ho un momento preciso in realtà; vivo la scrittura con estrema libertà e non come un “compito a casa”. Possono esserci giorni in cui non riesco a tirar giù neppure mezza riga e poi, all’improvviso, tutto si sblocca e la matita va da sola e riempie pagine e pagine. Spesso le idee (o la consapevolezza di aver scritto una cosa imprecisa) arrivano nel sonno. E allora c’è un alzarsi precipitoso per andare a fissare quel flash su cui tornare a lavorare il giorno dopo. Ho un luogo preferito, questo si, dove l’ispirazione non manca mai ed è la loggetta di pietra di un casale nelle Marche dove mia mamma è nata e che ora è diventato un agriturismo. Là mi sento a casa e la tranquillità che c’è, le montagne che si stendono all’orizzonte è quanto di più rasserenante possa desiderare perché ci sia la condizione ideale per scrivere.
Cosa ci preparano per il futuro la mente e il cuore di Anna Maria Funari?
Il futuro non so cosa prepari per me; al futuro vorrei invece offrire le cose a cui sto lavorando: la trilogia sui Nativi americani e di cui fa parte “Fuoco Che Danza”, una riedizione de “L’isola dei graziati”, una raccolta di racconti che vada dagli albori ai giorni attuali… e un archeo-thriller su cui ancora tutto è “top secret”. Quanto tempo servirà per realizzare tutto quanto? Non lo so… ma sono sogni che vivo intensamente, appoggiata e sostenuta da chi mi vuol bene, e che spero di veder realizzati nell’arco dei prossimi anni.

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1 Comment

  • Reply
    anna cibotti
    Dicembre 17, 2014 at 8:44 pm

    Bella intervista ad un'autrice che ha tanto ancora da dire e… scrivere. In bocca al lupo Anna Maria Funari!

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