Anita Napolitano Donatella Giancaspero Galatea L'agonia dei fiori Plinio Perilli

L’agonia dei fiori – Anita Napolitano

L’agonia dei fiori – Anita Napolitano

Recensione di Plinio Perilli

L’agonia dei fiori è il nuovo libro di Anita Napolitano, che in questa elaborata e compunta edizione privata – sottotitolo: tra luce e ombra – sembra dismettere la profusa iconografia delle raccolte precedenti (penso a Il trionfo di Galatea, effuso di languori e colori barocchi), in una sorta di devozionale coro a rosario, o meglio, cantilenata novena lirica… Qui, alligna nera, pietista e a lutto, la copertina che incornicia il nudo raccolto, la bellezza da “Maddalena pentita”, si direbbe, della dama dipinta da Salvatore Salimbeni… 
E via così, Anita combatte tra spleen e idéal, impennata in un fiammeggiante vangelo laico che è “Canto di ribellione” e insieme sacra rappresentazione; ma anche trasfusa, calata e discinta oramai in un bric-à-brac fervido, inquietante di calchi baudelairiani, stilemi classici, torsi di colonne, decapitate statue antiche, languori leopardiani, teatri di posa, cinecittà a ciclo continuo (tiranneggiati come oggi siamo dai diavoli dei Mass-Media)… Mentre fuori stanno girando, si direbbe, un eterno film peplum anni ’50, sceneggiato in abuso di retorica: “Fa’ che Acamante non guardi / più negli occhi la guerra, il flagello / del ferro, né in terra, né in cielo. // Cigno bianco offeso, / non lasciare che la tempesta / accompagni il tuo respiro, / impara a danzare sotto la pioggia: / vedrai che l’azzurro trapasserà la sbarra.”… 
Trovarobato romantico, magniloquente o a tratti affilato: eterna, iterata stagione espressiva che la delicata e armoniosa penna, nonché curatela, di Donatella Giancaspero ha inventariato come il repertorio struggente, inossidabile di un’eroina risorgimentale (una Cristina di Belgioioso, volitiva e minore, dei giorni d’oggi – perfino una Eleonora Pimental Fonseca, o una Luisa Sanfelice, essendo Anita casertana donna del Sud!) alle prese con l’orrida civiltà dei consumi, e soprattutto con una globalizzazione infausta che contamina di fetide strategie politico/economicistiche tutto il panorama, la nuova Terra Desolata del nostro pianeta… 
Ma non c’è, non ci sono un nuovo Garibaldi e una nuova Anita che combattono per la giustizia e la pace, fede speranza e carità, nuove eterne virtù rinnegate, teologali o cardinali… 
Qui c’è solo l’artiglio di Eros, gli amplessi irti di rovi, lo scenario assortito del malessere contemporaneo, intimo o universale: “Gaza, parco giochi di Shati”, le “Piccole donne che muoiono” nel massacro del Circeo (1975); la “Ninna nanna” per il bimbo gettato nel Tevere dal papà, il 2 febbraio 2012… 
Tutta sua e fulgida, invece, l’accanita, reboante vis teatrale che infibra e ispira i suoi monologhi lirici, fieri e orchestrati su una solida, cadenzata energia popolare, moderatamente cantabile ma vigorosa, etica come una sentinella tragica… 
Penso a “La ballata della morte” in memoria di Elisa Claps; agli epicedi, o comunque agli omaggi “civili” per Lucinda “pelle d’ambra”, la viandante Cécile, Madalina che “ha soltanto sedici anni”, Jasira che incredibilmente “assolve suo padre” fra cento atroci “ricordi omertosi di letti incestuosi”… 
Credo davvero che il meglio di sé, Anita lo dia quando rinuncia, accantona la gran veste retorica, il paludamento per l’appunto lirico che ne guarnisce le movenze, le attese – e denuda come donna amorosa l’umiltà della sua offerta. Che è sempre dono sensibile, fragilità irredenta, auspicio quasi sacrale. 
Splendide, ad esempio, le sue poesie al padre, già corrotte, dannate dal virus inestirpabile del dolore: “Noi, tra le pareti vuote, acide di verde / – tu disteso e io in piedi –, / al guinzaglio teniamo il Male, / che lucido ruggisce e ci strattona / come bestia inferocita”. 
Ma soprattutto strugge e colpisce, quel vertice (e vortice) che è la sua lamentatio (amorosa, s’intende, e realmente piena di Grazia) alla Madre, che è due volte agonia fiorita – in gioia della vita e nel parallelo del suo malessere: “tra luce e ombra” direbbe Anita, con occhi più tormentati e in estasi della santa Teresa del Bernini, in questo emozionato rito dell’inconscio che finalmente torna alla luce, e catechizza l’ombra: “Tu hai strappato a morsi / la mia vita, facendo di me / la moglie di mio padre / – l’uomo a cui ti giurasti –, / facendo di me la madre / di tuo figlio, a me fratello, / la madre dei miei nipoti, nipoti tuoi / e figli di tuo figlio.” 
Perché questo grido lacerante, morso di viscere e debito di tempo, è davvero un punto d’arrivo (quindi di ripartenza) non più eludibile, non più rinviabile: “tu hai già decapitata te stessa / e hai decapitata me, nel giorno / in cui mi proclamasti custode / del fuoco domestico. / – avevo poco più di sedici anni”… 
Il laboratorio, mi sento dunque di poter dire, è servito molto ad Anita, perché le si è acceso, in “drammaterapia” e dentro il corpo agonico o rifiorito delle emozioni, come un inesauribile, trasparente palcoscenico e teatro d’anima. Fumigando e vorticando quasi vento di petali, inverno o silenzio di spine, primavera di gemme, poi estate di amplessi e gemiti, anzitutto dentro di Sé: “Il qui e ora s’è dissolto / nel tempo dei tempi. / Nella clessidra impazzita / scorrono rapidi / i lucenti granelli”… 
Plinio Perilli

Biografia
Anita Napolitano è nata a Roma, città in cui vive e lavora. Si è laureata in Scienze umanistiche all’Università La Sapienza di Roma con una tesi di antropologia sociale dal titolo “Il rito, il teatro, lo spettacolo”. Nel 2003 ha frequentato alla Sapienza il laboratorio del Prof. e Psichiatra Ferruccio Di Cori, “Teatro spontaneo delle emozioni”. Nel 2004 ha partecipato, in ambito universitario, al laboratorio di teatro e psichiatria a cura del Prof. Michele Cavallo collaborando alla messa in scena di un classico rivisitato sul tema della follia. 
Il laboratorio teatrale si è svolto principalmente dentro una struttura psichiatrica a stretto contatto con la quotidianità dei pazienti, incontrando il loro modo di essere attraverso il training teatrale condiviso. Nel 2007 debutta come attrice al Teatro Accademia Indipendente con lo spettacolo dal titolo “Casa di Bambola” di Herik Ibsen per la regia di Rosanna Malfarà nel ruolo della Sig. Linde… 
Sempre nel 2007 frequenta il laboratorio di scrittura creativa a cura del Prof. Annio Stasi e della Prof.ssa Mary Tortolini (i quali propongono una ricerca didattica originale, una metodologia innovativa sul rapporto tra immagini e scrittura utile per riflettere sui processi di formazione del linguaggio) e partecipa come interprete e come autore allo spettacolo “Volti nel Tempo” messo in scena presso il Teatro Ateneo della Sapienza. Ha pubblicato due libri di poesia: “ 
“Il Trionfo di Galatea”(Edizioni Progetto Cultura) e “Fuorvianti Parvenze” (Ed. Estro-Verso – collana Equi-libri). Ha scritto vari testi teatrali tra i quali ricordiamo : Il monologo “Beatrice Cenci – la notte prima di essere decapitata” già rappresentato nella prestigiosa cornice di Castel Sant’ Angelo dall’attrice Valeria Zazzaretta e nell’antica Abbazia di San Salvatore Telesino( Bn) restaurata dall’ architetto Vallone. “Il sano delirio delirio di Don Chisciotte della Mancia” è stato rappresentato per la Regia di Donatello Del Latte al teatro Anfitrione di Roma. Ha vinto numerosi premi letterari da ultimo ricordiamo il primo premio Giacomo Leopardi poesia inedita, primo premio Accademia Paestum Mercato San Severino (Sa), primo premio sezione teatro per il monologo teatrale “Beatrice Cenci – la notte prima di essere decapitata” 
Frequenta il laboratorio di poesia “ Per incantamento” a cura del Maestro Plinio Perilli e con il gruppo di lavoro ha realizzato un progetto di Nina Maroccolo sulle opere di Manzù ad Ardea. L’ ultima sua produzione “ L’ agonia dei fiori” I classificato al concorso Accademia Francesco Petrarca 2015

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