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Recensione di “C’è da giurare che siamo veri…” di Vincenzo Calò, a cura di Elisabetta Bagli

Recensione di “C’è da giurare che siamo veri…” di Vincenzo Calò, a cura di Elisabetta Bagli

“C’è da giurare che siamo veri…” è il titolo dell’ultima silloge poetica di Vincenzo Calò. Già dal titolo si evince il tema portante che lega i componimenti poetici, ovvero l’affermazione che l’individuo, pur di rimanere ancorato alla società in cui vive, accetta determinate forme espressive e atteggiamenti che non lo rendono totalmente vero nella sua forma, sebbene lo rimanga nella sostanza.
“C’è da giurare di esser veri…” perché la società non ci fa sentire veri, almeno nella nostra accezione esteriore. Il nostro è un “vero” fittizio che altro non è che un bisogno di accettazione che ci uniforma su idoli, su forme di vita che crediamo di aver scelto noi, liberamente. In realtà, si tratta di scelte indotte da una società il cui unico scopo che persegue è quello di divorarci l’un l’altro.
La quotidianità della società si mescola nella vita e nei fallimenti della stessa, legandoli indissolubilmente alle realtà esteriori fittizie anche mentre si vive l’amore con le sue battaglie che crediamo uniche, combattute solo da noi, senza curarci del fatto che nel mondo, nello stesso momento, ci sono ben altre battaglie che vengono vissute.
Vincenzo Calò nei suoi componimenti poetici usa metafore quali gli “arcobaleni glaciali” per indicare un piacere riscoperto da animali che si divertono, ovvero un piacere riscoperto dall’uomo che, scrollandosi di dosso le convenzioni sociali per qualche attimo, riscopre se stesso. Ma mentre gode della sua scoperta di essere, malgrado tutto, un uomo vero, ha il terrore di non vedersi più bambino. Questi sono versi di denuncia della società del perbenismo che vende e che commercializza anche “una curiosità normale”, quale quella dell’uomo che riscopre se stesso, ma che in fondo, essendo “vero”, ha paura di sapersi cresciuto, temendo il confronto con la vita. Per tale motivo l’uomo decide di abbandonare questi pensieri, lasciandosi andare ed iniziando a vibrare non per sentimento, bensì “all’insegna del divertimento” più sporco che colorerà la vita, e abbracciando gli alberi secolari “del potere usa e getta tutto”.
Ormai l’immagine che l’uomo possiede per vivere nella società ha una vita propria ed è costretto a indossarla perché è quella l’immagine accettata dalla società per lui, un’immagine creata ad hoc, proprio come una maschera su un volto che non si riesce a togliere.
A mio avviso, Vincenzo Calò ha una concezione un po’ pirandelliana della vita: tutti indossiamo una maschera, e spesso anche più maschere, per cercare di adattarci alle varie situazioni che ci si propongono innanzi, scegliendo quella che riteniamo più opportuna di volta in volta.
La maschera viene assunta dall’uomo quasi come una condanna che è costretto a scontare per poter continuare a vivere nella società. Ci sono delle realtà che l’uomo si dà per giustificare i suoi atteggiamenti ed esiste la percezione di come gli altri vedono gli stessi atteggiamenti, a seconda della loro realtà. Il relativismo che quindi si contrappone all’omologazione e l’omologazione che, viceversa, è necessaria per poter continuare a vivere nella società e non sentirsi isolati.
L’ipocrisia la fa da padrone e sembra essere il fondamento dei rapporti umani, eppure “c’è da giurare che siamo veri…”
La silloge poetica di Vincenzo Calò è composta da versi moderni e corrosivi che interrompono il concetto classico della poesia, concetto per il quale i versi devono avere una musicalità stabilita e determinata da canoni specifici. L’autore va al di fuori di tali schemi e incontra una sua “musica” interiore che esprime nella trasposizione di versi graffianti e veri, veri quanto il contrasto tra la vita che scorre e la necessità di fissare nelle immagini, ovvero nelle maschere, la conoscenza del proprio essere.

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