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“Poesie Uroboriche” di Oliviero Angelo Fuina – Considerazioni di Vincenzo Pupino

“Poesie Uroboriche” di Oliviero Angelo Fuina

Considerazioni di Vincenzo Pupino

Il Professor Vincenzo Pupino, del quale mi fregio e mi onoro di essere amico, mi ha regalato in sede privata le sue riflessioni dopo aver letto la mia ultima silloge “Poesie uroboriche” edita dalla EEE.
Mi permetto di condividere queste stesse riflessioni con voi tutti, grato dell’accoglienza alle mie parole che come sempre mi ha offerto in dono.

Oliviero Angelo Fuina

“Poesie uroboriche” di Oliviero Angelo Fuina

1. Analisi e interpretazione del testo

Delle 40 poesie, 38 sono composte da quartine di vario numero. Il metro è, quasi sempre, l’endecasillabo.
Quasi ogni quartina, letta singolarmente, si presenta di senso compiuto e potrebbe vivere di vita propria. L’endecasillabo, il metro più usato dalla tradizione poetica, è ritmicamente duttile e maestoso. Osservo uno scarso uso di aggettivi qualificativi; un uso frequente di ossimori (frastuono silente; tacito sussurro; assenti presenze ed altri), di allitterazioni, enjambement.

L’andamento delle poesie è discorsivo-narrativo; le parole sono, di norma, semplici, comunicative. Queste scelte testuali consentono di leggere, senza complicazioni interpretative, la tua visione della vita, o forse è meglio dire del tuo rapporto col mondo: privo di retorica, complesso, non superficiale e, così, privo di illusioni e di incantamenti da offrire, ingannevolmente, ai lettori ( non ho promesse coerenti da farvi/c’è sempre un vento a spaiare le carte). Tornerò più avanti sui due versi citati fra parentesi.

Vedo, poi, parole-chiave decisive: scrivere, penna, inchiostro, tastiera, foglio. Sono la segnaletica della tua poesia.

2. Comprensione complessiva

La tua poesia, dunque.

La tua poesia è metapoesia: poesia che parla della poesia e ne svela la grande contraddizione: la poesia è, al tempo stesso, irrazionalità e sistematicità, quotidianità e ulteriorità, alta e bassa, terrestre e celeste, svilita e sublime, minimale e salvifica.

Tu ci dici, a me pare, che la poesia, come conquista spirituale, come esigenza e conquista intima, resta al punto a cui l’aveva condotta il lavoro del poeta e, qualunque parte ne sopravviva, di lì soltanto riprenderà e continuerà di lì.

Insomma, la poesia che si dice poesia fonda se stessa come poesia attraverso il linguaggio che la dice.

Per concludere qui, la tua poesia è montaliana (pensa! Montale, con Leopardi, è il poeta che amo di più).

I due versi finali della poesia di commiato della tua silloge, che ho citato sopra fra parentesi, sono i più montaliani.

Ne vuoi un esempio? “Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,/sì qualche storta sillaba e secca come un ramo

Versi concettualmente simili puoi rileggere in altre poesie di Montale ( I limoni; La casa dei doganieri, per citarne solo due).

La tua negatività è dialettica. Non verità, non facili ottimismi, ma sentimento e pensiero.”

Prof. Vincenzo Pupino

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