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Andrea Leonelli: Il nuovo simbolismo

Andrea Leonelli: Il nuovo simbolismo
Penombre, di Andrea Leonelli

Abbiamo avuto il piacere di fare una chiacchierata con Andrea Leonelli, voce poetica molto apprezzata nel panorama italiano e di cui è in uscita per ArteMuse Editrice la silloge Penombre. Disagio esistenziale, emozioni intense, inquietudini, angoscia ma anche speranza sono i concetti su cui ruotano le sue poesie.

a cura di Sara Bindelli
Cosa significa per te scrivere poesie?
Scrivere per me ha diverse valenze: terapeutica e liberatoria, ma anche di comunicazione, condivisione.
Quando scrivo esterno e metto “fuori da me” un disagio che ho dentro, posso vederlo e “lavorarci su”, guardarlo da un’ottica diversa da quella che avrei tenendolo dentro, aumento i possibili punti di vista. Mi serve per comunicare un qualcosa che per me ha un valore e un significato, condividendolo con altri.
Parlaci della “gestazione” di Penombre. Com’è nato e come l’hai cresciuto?
Penombre è la mia ultima creatura, probabilmente il mio lavoro più curato e accurato. Contiene pezzi dalle mie diverse fasi di scrittura, ma soprattutto materiale “di ultima generazione”, almeno dal mio punto di vista. Contiene molti miei stati d’animo. I pezzi nuovi della mia anima ritrovata.
Le tue poesie sono sofferte, scavano a fondo nel tuo animo e ne tirano fuori sensazioni ed emozioni molto intime. Scrivi solo quello che ti appartiene o attingi da esperienze altrui?
Scrivo quasi sempre cose che mi appartengono. A volte sperimento cose diverse, parlando di argomenti diversi, ma la cosa che decisamente preferisco è parlare di quello che sento, di quello che provo. E decisamente mi riesce più facile parlare di esperienze dolorose o, per contro, di andare nel carnale. Sono comunque sensazioni intense e quello che ho vissuto lo scrivo e lo descrivo nelle mie poesie.
Scegli una poesia contenuta in Penombre particolarmente importante per te e sviscerala per noi.
Io direi “Orologi fermi” che ha vinto il premio della critica al Primo Concorso Internazionale di Poesia “Quelli che a Monteverde”.
Orologi fermi
Lascio defluire le musiche sulla pelle,
canti di mani persi nel buio.
Coscienze fluiscono come fulmini.
Attimi di vuoto
riempiti da sensazioni.
Carne stretta fra le dita
esaltate dai sensi.
Attimi folli,
tensioni che s’infrangono
come onde, come specchi.
Libri lanciati su scaffali una volta pieni.
Vuoti d’anima, a riempire ore.
Attese in sospensione.
Orologi fermi
come dipinti sul muro.
Chiodi nelle mani a bloccare gesti
corde nei pensieri a imprigionare parole.
Domande negli occhi
che chiusi non guardano.
Vieni domani a pormi quesiti.
Risponderò per versi
a perversioni oniriche,
a scomparse attese,
a dolorosi abbracci
per dipartite dovute.

Andrea Leonelli

Parla di attese, e di ricordi, di esperienze vissute e che nel momento mancano. Parla di ciò che succede a chi attende, anche solo un messaggio, una telefonata, un qualsiasi segno. Sono attimi vissuti in una relazione a due, quando la distanza e le situazioni legano le mani costringendo all’inazione, a riempire in qualche modo le assenze, rese più vive dalle presenze che sono state comunque troppo brevi, sempre troppo brevi per chi vuole vivere un amore. Chi sa che questo amore è reale e solido e lo desidera, ma sa che comunque c’è anche se non può stringerlo in quell’istante, e attende che il momento torni. E altresì sa già bene che il momento poi passerà e attenderà ancora il ritorno. È, si può dire, un concentrato d’attesa. Aggiungendo un aneddoto devo dire che in casa ho appeso un orologio dallo strano comportamento: va a intervalli, sta fermo per giorni, poi improvvisamente riparte. Quando ho scritto la poesia era fermo e la luce che avevo in casa in quel momento lo faceva apparire come fosse disegnato. Dall’immagine dell’orologio dipinto e dallo stato d’animo è nata “Orologi fermi”.

Elisabetta Bagli, che ha curato la prefazione di Penombre, fa notare che ricorri frequentemente a simboli e chiama in causa i poeti francesi del XIX secolo. Un’eredità importante, cosa ne pensi?

Penso che Elisabetta sia decisamente troppo buona e lusinghiera. Per quel che riguarda l’utilizzo di immagini simboliche è vero, fra l’altro è una tecnica che secondo me aiuta a comunicare meglio le cose che ho da dire. Da una dimensione visuale allo scritto imprimendo qualcosa nell’immaginario del lettore, magari a volte sono immagini e concetti in contrapposizione l’uno all’altro, altre volte si rafforzano sinergicamente, ma devo dire che non sto a studiare troppo sulle cose che scrivo. Normalmente scrivo di getto, sfruttando l’ispirazione del momento, poi magari le ritocco, ma mai troppo perché mi verrebbe da pensare che sto cambiando ciò che sentivo. Se in quel momento ho scritto una determinata cosa era esattamente quella che provavo e metterci troppo le mani, modificarla, mi pare quasi sacrilego. Però un minimo di ritocchi “estetici”, ma non contenutistici, li ammetto come riguardo a chi poi andrà a leggere.
Cos’è cambiato rispetto alle prime due sillogi, La selezione colpevole e Consumando i giorni con sguardi diversi?
Moltissimo, soprattutto la mia vita. Ho cambiato casa, compagna, ho trovato nuovi equilibri interiori e nuovi punti di vista. Adesso sono sereno e felice. Vivo in una situazione più adatta al mio modo di essere e più vicina al mio modo di vivere. Ho rimosso l’apparenza per badare più ai contenuti. Vivo le situazioni con maggior chiarezza, più libertà espressiva e tranquillità. Diciamo che adesso mi sento più vicino alla felicità di quanto lo ero prima.
Nella biografia ho letto che hai vissuto un’esperienza traumatica che ti ha fatto cambiare radicalmente. Vuoi parlarcene?
Nessun problema. Nel luglio 2010, il giorno 21, esattamente una settimana dopo il mio 40° compleanno ho avuto un infarto. A detta dei medici, brutto, molto brutto. Ma ho avuto fortuna. Sono stato trattato nei tempi e nei modi corretti e non ho riportato conseguenze. Ho ripreso il mio lavoro, seguo un minimo di terapia come è ovvio, ma sto bene. Un cambiamento però c’è stato. Nel mio punto di vista sul vivere. Spesso pensiamo di avere tempo per fare le cose e non ci rendiamo conto appieno di quanto effimera possa essere la vita, o di quanto possa cambiare da un momento all’altro. Non c’è poi molto tempo da perdere ed è meglio non rimandare troppo le cose da fare o da dire. Ho capito anche che vivere per poi morire senza lasciare un qualcosa possa essere uno “spreco” della propria esistenza. Abbiamo una possibilità per realizzarci. Usiamola. Dopo l’infarto però è venuto un periodo di depressione. Orribile. Si sta uno schifo. Non si ha la forza e la voglia di reagire. Non si vede domani. Non esiste un domani a cui guardare. Ho avuto amici che mi hanno aiutato e mi sono anche appoggiato a farmaci. Ne sono uscito e adesso mi sento più forte, ma è anche stato uno dei periodi in cui ho scritto di più. La selezione colpevole e parte di Consumando i giorni… escono da quel periodo.
Hai partecipato a diversi concorsi letterari, sia come poeta che come giudice. Come valuti il panorama poetico in Italia?
Diciamo che ha un ampio potenziale e che spero si sviluppi dall’embrione in cui è dando vita a un ampio ventaglio di nuovi artisti. Ci sono molte nuove voci interessanti con un gran bagaglio di possibilità di fioritura. Bisognerebbe, a parer mio, dare maggiore risonanza a questo ribollire e trarre gli elementi migliori fuori dal mucchio, curandoli e sbozzandoli per ottenerne un raccolto di creatività. Il periodo in cui viviamo ci avvicina a diversi estremi. Nei vertici e nelle commistioni si possono trovare elementi che esprimono l’anima del momento da punti di vista nuovi e inconsueti.
Infine, quali progetti hai per il futuro? Svelaci qualcosa in anteprima.
Intanto esce Penombre e ci sarà bisogno di promuoverlo un po’, per cui mi concentrerò su quello continuando a scrivere. Ovviamente continuerò a lavorare e a livello letterario, magari provare nuovi stili di scrittura e scrivere in modo diverso. Voglio crescere e migliorare il mio stile e le mie poesie. Intanto ho messo in cantiere una raccolta tematica che vorrei arricchire di poesie nuove a tema scientifico e fantascientifico. Camminare ogni giorno verso il futuro e cercare di lasciare impronte in questo oggi che domani sarà il passato.

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