Scrivere è…
Scrivere è un’esperienza del tutto personale e credo che la scrittura assuma un significato diverso a seconda dell’interpretazione che ognuno di noi fa di essa. Sono d’accordo con Emily Dickinson che affermava che si scrive per se stessi. È così, soprattutto al principio. Si scrive per se stessi per una serie di motivi. Si scrive perché si ha paura di essere giudicati e con la scrittura si riesce a far uscire quella parte di sé che tanto si teme di mettere a nudo. Si scrive per sfogarsi, per mettersi in gioco e fantasticare di interpretare un personaggio o vari personaggi insieme. Si scrive per amare e vivere i propri sogni proibiti o per distruggersi e dar fuoco alle proprie speranze. Si vivono emozioni intense quando si scrive. Spesso mi sono trovata a essere innamorata come un’adolescente in calore per il suo primo amore o mi sono gettata tra le braccia del mio amante segreto che mi ha fatto vivere una passione intensa e struggente. O, anche, mi sono ritrovata a piangere a dirotto per un’amore incompreso o perché all’improvviso mi sono fatta male cadendo da cavallo (mai fatta equitazione in vita mia) proprio mentre provavo l’ebbrezza di cavalcare su una sterminata pianura verde. Senza considerare, poi, che la scrittura è anche sorpresa, in quanto si parte da un punto e mentre si scrive per giungere alla meta, la storia prende forma da sé e, sulla tastiera, le dita si muovono come se stessero componendo della musica. Il risultato finale quasi mai è esattamente quello che si era progettato di raggiungere seguendo lo schema mentale dell’inizio. Scrivere può realmente sorprendere lo stesso scrittore e un brano può essere addirittura migliore di quanto si potesse sperare all’inizio. Ma se la storia, viceversa, non gira, ci si ritrova a dover prendere una decisione: cancellare tutto e riscriverla o modificarla. Per esperienza personale, so che la seconda opzione è quella più dura e ostica, ma, in genere, è quella che noi autori preferiamo, quasi ci fossimo immediatamente legati a doppio filo alla storia appena nata. Cancellarla significherebbe ucciderla.
Scrivere è un’avventura affascinate, è ispirazione e traspirazione dai pori, perché si suda sempre mentre si scrive, anche in pieno inverno. Si deve cucire e rammendare, sradicare e piantare di nuovo, si deve vivere e morire. Ma, soprattutto, si deve avere il coraggio di condividere il proprio “dono” confrontandosi con gli altri. Ebbene sì, si scrive per soddisfare un’esigenza interiore, ma rimane una relazione intima solo fino a quando non si sente nascere dentro di sé la necessità di esternare i propri pensieri, le proprie emozioni. Ed è in quel momento che scrivere risulta essere la cassa di risonanza della propia voce che viene amplificata all’esterno e fatta ascoltare a tutti.
Scrivo da poco più di due anni. All’inizio non sapevo bene dove mi avrebbe portato questo percorso. Ho attraversato molte volte momenti di depressione legati alla scrittura perché le soddisfazioni stentavano ad arrivare. Nonostante ciò, presa dal sacro fuoco della scrittura, ho continuato a credere che la strada intrapresa fosse quella giusta e devo ammettere che non mi sono sbagliata. Da dicembre 2012 lavoro per ArteMuse Editrice come responsabile della collana di poesia Castalide e ora, dopo aver pubblicato per il Villaggio Ribelle “Mina, la fatina del Lago di Cristallo, è uscita la mia seconda silloge poetica “Dietro lo sguardo”. Credo in ciò che faccio anche perché sono supportata da professionisti che non lasciano nulla al caso. Adoro lavorare con persone che fanno della stima reciproca il loro modus vivendi. Credo in ciò che faccio e sento che lasciar uscire da me tutto quel che ho dentro mi fa sentire viva.



